
A Budapest abbiamo avuto il piacere di parlare con Ján Figeľ, ex vice primo ministro della Slovacchia e commissario europeo. Oggi è inviato speciale per la promozione della libertà di religione o di credo al di fuori dell’UE.
Jan Figel, una lunga carriera come Vice Primo Ministro slovacco, leader di partito, Capo Negoziatore della Slovacchia in UE, due volte Commissario europeo e membro delegato del suo paese nelle trattative per il primo tentativo di una Costituzione europea. Un progetto che poi fallì. Cosa è cambiato nell’UE da allora?
Vorrei ripetere il messaggio di Konrad Adenauer, Alcide de Gasperi e Robert Schumann, che posero le basi per il processo di unità europea: un’Europa unita e pacifica era un sogno di pochi, desiderio di molti e divenne una necessità per tutti. Questo è ancora vero, perché percepisco l’Europa come una comunità, come una famiglia che vive in pace, stabilità e prosperità – non senza problemi, non senza disaccordi, ma fondamentalmente dialogando per cooperare e condividere le responsabilità. È stato così da 80 anni in Occidente, quindi non è un sogno ma una realtà tangibile. La riunificazione in Europa e l’ampliamento storico dell’UE e del Progetto Schuman sono arrivati nel 2004. Dal 2004 sono stato commissario con Romano Prodi e poi con José Manuel Baroso. Ma dopo 20 anni assistiamo a un chiaro cambiamento di paradigma nell’agenda e nelle istituzioni europee verso politiche più centraliste. Alcuni centralisti e federalisti spingono per trasformare l’Unione Europea in un superstato. Vediamo relativismo giudiziario, indebolimento della sussidiarietà, crescenti debiti comuni. Nuove ideologie sono in conflitto costante e crescente a Bruxelles. Questo è divisivo, rende i paesi litigiosi e frammentati ma non uniti. Una soluzione non è costruire un’altra Unione Europea, ma tornare e rimanere fedeli ai valori e ai principi dei Trattati originali, che definiscono il nostro spazio giuridico, gli interessi comuni e le azioni congiunte. Non abbiamo altra alternativa. Abbiamo bisogno di un’Europa pacifica e stabile e dell’Unione Europea. È nostra responsabilità capire se questa Unione crea il futuro o se lo consuma. Oggi le linee adottate o imposte da Bruxelles spesso significano perdita della nostra competitività, crescente malcontento e incertezza tra le persone. Qualcosa non va. Sostengo partiti, gruppi e movimenti che sono affini e fedeli ai nostri valori comuni per una maggiore responsabilità verso il futuro. E il futuro inizia sempre oggi.
Dall’eurorealismo all’iniziativa dei Tre Mari. Si parla spesso anche della cooperazione del V4, il cosiddetto Gruppo di Visegrad, a seguito dei conflitti in Europa. Dopo gli ultimi attriti dovuti alle politiche energetiche, al conflitto in Ucraina e alle trasformazioni geopolitiche, quale futuro vede per questa forma di cooperazione?
Abbiamo sempre percepito il Gruppo di Visegrád come una forma di cooperazione pragmatica di grande profondità, che coinvolgeva l’Europa centrale e spesso invitava anche altri paesi. È una cooperazione ispirata a secoli di storia nella regione e che ha ripreso il suo percorso grazie a Cecoslovacchia, Ungheria e Polonia, che insieme rappresentano 65 milioni di abitanti. La V4 è nata a Bratislava nel 1991. Questa cooperazione non è contro le altre, non rappresenta un’alternativa all’integrazione europea ma rappresenta un ulteriore motore per rendere l’Europa centrale più solida, influente e dinamica. Questi sono anni difficili perché la guerra in Ucraina è un problema divisivo e un peso per la sicurezza. Un conflitto che ha diviso popoli, politica e governi. Dobbiamo porre fine alla guerra per cercare la pace. Dobbiamo insistere sulla cooperazione in Europa centrale perché la parola centrale implica unità, qualcosa al cuore della Comunità, un ponte tra Oriente e Occidente. Sono convinto che, dopo anni di conflitto sanguinoso, l’incapacità dell’Occidente di trovare una soluzione pacifica, sia tempo che gli europei centrali trovino una strada realistica verso una pace dignitosa e un accordo complesso quanto accettabile per tutti – Ucraina, Russia, USA e UE.
In relazione al conflitto in Ucraina, quale ruolo hanno avuto la Repubblica Ceca, l’Ungheria, la Slovacchia e la Polonia?
Il V4 è in prima linea e vicino al conflitto russo-ucraino. Qui ci sono molti rifugiati dall’Ucraina. Vi sono anche collaborazioni e sensibilità sulla distribuzione dell’energia dall’Est, una tradizione forte e strategica che si è sviluppata dalla Seconda Guerra Mondiale. Abbiamo vividi ricordi di invasioni, occupazioni e conflitti. Questa memoria collettiva è un terreno fertile per cercare e lavorare intensamente per la pace in Ucraina, che è importante non solo per Ucraina e Russia, ma per tutti noi. La soluzione al conflitto non è arrivata dal presidente Trump e dalla sua amministrazione in 24 ore, né dopo un anno di negoziati, non è arrivata da Bruxelles. Purtroppo, ogni giorno e ogni notte le persone nell’Europa orientale soffrono e muoiono. E quindi, ora c’è un ruolo per l’Europa centrale al fine di essere più attiva, creativa e costruttiva. La strada verso la pace esiste. Abbiamo persino un grande modello che ha portato la riconciliazione, la cooperazione e la trasformazione europea dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questa è la nostra eredità viva e ispiratrice. Sono convinto che il Piano Schuman-Marshal 2.0 sia applicabile a beneficio degli stati preoccupati e per il bene dell’intero continente e oltre.
Nel suo discorso ha sottolineato che siamo gli esseri triunici: homo rationalis, homo moralis e homo religiosus. In quale di questi fronti ritiene che l’Unione europea moderna stia fallendo?
Penso soprattutto nel campo religioso. I cristiani sono le comunità più perseguitate al mondo. Ma solo recentemente, dopo anni di violenza e persecuzione, il Parlamento Europeo ha riconosciuto questo triste record. Il termine “cristiano” è diventato quasi un tabù, per dire che anche l’Unione sia stata creata dai Cristiano-Democratici. Senza queste radici, questo ricordo, questi valori etici fondamentali, perderemo l’orientamento e noi stessi. L’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors ha ribadito che “l’Europa ha bisogno di un’anima”. È un’anima che il cristianesimo le ha dato e che ha dato inizio alla nostra era, dall’Impero Romano fino ad oggi. Pertanto, l’Unione Europea non dovrebbe temere il contributo benefico dei valori cristiani e del cristianesimo, insieme ad altre religioni. Deve attivamente difendere la libertà religiosa per tutti e ovunque, dagli atei agli zoroastriani, dentro e fuori dall’UE, perché la libertà religiosa è un diritto umano fondamentale e un banco di prova di tutti i diritti umani .Ogni potenza totalitaria attacca come prima questa base, perché è il nucleo delle libertà personali, delle convinzioni, dell’etica e della resilienza. Spero che non abbiamo dimenticato questa dolorosa esperienza dopo decenni di regimi comunisti nell’Europa centrale e orientale. Esiste un forte e profondo legame tra la libertà religiosa e la dignità personale. L’Europa, con la sua eredità morale, la sua consapevolezza storica e le profonde radici culturali, dovrebbe essere protagonista di questa nobile comprensione della persona umana con la sua dignità inalienabile e inviolabile. Questo è un principio dell’umanesimo integrale. L’Europa non è solo un gruppo di commercianti, né un mercato senza spirito e bellezza. Spero che, in tempi di tragedia bellica in corso, i veri europei si uniscano per lavorare per un XXI secolo più pacifico e umano.

















